I veleni del Cremlino. Gli omicidi politici in Russia da Lenin a Putin

Alta tensione tra Stati Uniti e Russia: le recenti dichiarazioni di Joe Biden riaccendono i riflettori sull’avvelenamento di Navalny, l’ultimo di una lunga lista. Nel saggio I Veleni del Cremlino Arkadi Vaksberg ripercorre la storia della Russia attraverso omicidi politici, avvelenamenti e sparizioni sospette

Foto di Catharina Rytter da Pixabay

«Putin è un killer? Credo di sì». Le recenti dichiarazioni del neo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden riaccendono le tensioni tra Usa e Russia. Biden, durante un’intervista andata in onda nei giorni scorsi sull’emittente ABC, si è espresso infatti in termini piuttosto netti: «Putin pagherà un prezzo. Abbiamo avuto una lunga conversazione, io e lui. Lo conosco piuttosto bene. E all’inizio della conversazione gli ho detto: “Io conosco te, e tu conosci me. Se arriverò alla conclusione che ciò è avvenuto, preparati”». Il riferimento all’avvelenamento di Navalny dello scorso agosto è chiaro, e la risposta del Cremlino, che ha parlato di un vero e proprio «attacco alla Russia», non si è fatta attendere.

Queste dichiarazioni, che hanno risvegliato uno scontro rimasto sopito durante tutto il mandato di Trump, hanno molto a che vedere con il discorso legato al rispetto dei diritti umani e la promozione della democrazia, due elementi cardine che Biden ha rimesso al centro della politica estera americana. Questo gli impedisce di tollerare usi e abusi di potere di Putin, come il tentativo di eliminare il suo oppositore Navalny. Ma quali sono questi abusi, che storia hanno e come si intrecciano con l’amministrazione del potere in Russia?

Proprio di avvelenamenti e sparizioni sospette parla il libro I veleni del Cremlino. Gli omicidi politici in Russia da Lenin a Putin di Arkadi Vaksberg, giurista, giornalista e drammaturgo russo scomparso nel 2011: un saggio documentato, amaro e appassionato che ricostruisce la storia della Russia in ottant’anni di omicidi politici, dalle fucilazioni di massa degli anni venti alle morti più sospette post-URSS. Perché il potere russo, prima sovietico e poi autocratico, secondo Vaksberg si regge su un “sistema criminale” messo a punto da Lenin, perfezionato da Stalin e arrivato al massimo grado di sofisticheria con Putin e la sua corte di cekisti.

Il libro

La presidenza di Vladimir Putin, e forse la stessa sopravvivenza della Federazione russa, non sarebbe concepibile senza il laboratorio segreto dei delitti e delle torture di cui parla Vaksberg, progettato fin dall’inizio su ordine di Lenin e perfezionato da Stalin. Senza le montature architettate dai servizi segreti; senza l’uso spregiudicato di esplosivi e gas contro palazzi, scuole, teatri, ferrovie, aerei; senza le pozioni letali, le esecuzioni, le minacce che hanno liquidato i capi della resistenza cecena, gli oppositori liberali, i magnati riottosi, i giornalisti senza paura. Come Aleksandr Litvinenko, avvelenato con il polonio perché colpevole di aver disertato dal KGB e di essere a conoscenza di troppi segreti. Come Anna Politkovskaija, assassinata per offrire un regalo insanguinato al potente di turno e per dare un secco segnale ai cittadini russi ancora attaccati all’idea di democrazia. Gli archivi di Stato, aperti per un breve lasso di tempo nel 1991, hanno permesso a Vaksberg di ricostruire una storia che parte da lontano. Una storia di persecuzioni implacabili, di inganni crudeli, di omicidi freddi e spericolati, di morti misteriose, di sostanze che non lasciano traccia. Fino ad arrivare ai giorni nostri. Raccontando degli amici scomparsi, come il giornalista Šekočikhin avvelenato in modo orribile nel 2003, Vaksberg fa trasparire l’emozione e il dolore che ispirano − al di là della passione civile − la sua accanita, instancabile perlustrazione delle segrete del Cremlino.


I veleni del Cremlino. Gli omicidi politici in Russia da Lenin a Putin
di Arkadi Vaksberg (Guerini e Associati, 2007) | 254 pagine, € 19,50

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